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L’Ottocento: dal calesse al treno (con brevi tratti in bici)

Fino a tutta la prima metà dell’ Ottocento, i Sartor giravano con il calesse per vendere il pesce, dall’alba al tramonto, attraverso il Quartier del Piave e il Coneglianese: furono infatti tra i fondatori dei mercati settimanali a Conegliano e a Pieve di Soligo. Il pesce veniva conservato con sale e foglie di platano, o con il ghiaccio quando la stagione ne permetteva le formazione, e veniva caricato a Casale sul Sile, al confine tra le province di Treviso e Venezia, dove giungevano i pescatori dall’Adriatico e dalla laguna con le proprie imbarcazioni per vendere il pescato al mercato dell’ingrosso.

Senza mezzi motorizzati a disposizione, per i Sartor il viaggio richiedeva la partenza da Santa Lucia di Piave la sera con ritorno da Treviso la mattina seguente, attorno a mezzogiorno. Poi, con la seconda rivoluzione industriale, le abitudini lavorative subirono una prima svolta. L’impero austriaco, che all’epoca governava sul Lombardo-Veneto, costruì dapprima la ferrovia che conduceva da Trieste a Vienna (1840-41), poi la Venezia-Milano (in questa occasione avvenne la costruzione del ponte ferroviario che collega Venezia alla terraferma), e infine, nell’arco di nove anni dal 1851 al 1860, fu completata la Venezia-Udine, che già allora come oggi includeva la fermata alla stazione di Ponte della Priula a Susegana.

Fu Giuseppe Sartor il primo della famiglia ad andare a caricare la merce direttamente al mercato all’ingrosso di Venezia, a Rialto. Da Santa Lucia Giuseppe partiva la sera in bicicletta verso Susegana, dove prendeva il treno merci ed una volta arrivato alla stazione di Venezia giungeva al mercato del pesce di Rialto, dapprima percorrendo le calli a piedi e solo in un secondo tempo usando il vaporetto. Al mercato all’ingrosso si comprava il pesce che veniva poi caricato sulle imbarcazioni che l’avrebbero trasportato alla stazione di Venezia. Ritornato a Susegana, Giuseppe sarebbe poi rientrato a Santa Lucia in bicicletta per poi ritornare indietro con il calesse a caricare la merce.

Sempre in questi anni, nacque anche la fabbrica del ghiaccio a Treviso, che permise una migliore conservazione del pesce ma costrinse anche a viaggi giornalieri in bicicletta o col calesse, con carichi che variavano dai 60 ai 250 chili.

Giuseppe Sartor, dalla moglie Luigia Sandre, ebbe due figli: il maschio primogenito Giovanni (1892-1960), detto Nani, e la secondogenita Tata, detta la Sartora. Giovanni Sartor si sposò nel 1909 con Oliva Curtolo (1891-1969), figlia dei noti produttori di dolci, in particolare di pinza e torrone (el mandoeato), tipici della millenaria Fiera di Santa Lucia di Piave. Ebbero sette figli: Vincenzo nel 1914, Luigia nel ’15, Giuseppe nel ’20, Giuliano nel ’22, Maria nel ’26, Giovanni nel ’29 e Luciano nel ’31; altri due morirono prematuramente ancora fanciulli.

Il nuovo modo di lavorare introdotto dal padre Giuseppe, con l’acquisto del pesce fresco direttamente dal mercato all’ingrosso di Rialto, sarebbe stato portato avanti dal figlio Giovanni ancora per un’ottantina d’anni, fino alla vigilia della seconda guerra mondiale.

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