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Il Novecento

Nel 1915, Nani Sartor fu costretto ad abbandonare il lavoro e la famiglia perché chiamato a svolgere il servizio militare nella Grande Guerra: sua moglie Oliva si trovò così costretta a mantenere i due figli appena nati facendosi aiutare dalla sua famiglia, i Curtolo, e dai suoceri Sartor.
Dal 1919 fino al 1929, grazie alla collaborazione dei figli Vincenzo e Maria e all’aiuto della sorella Tata, la famiglia Sartor seppe gestire al meglio la vasta zona di vendita e l’impegnativo lavoro senza mai concedersi un giorno di paura, ma prima il fascismo (nei confronti del quale Nani era espressamente contrario) e la crisi economica del 1929 non ne agevolarono la vita.

“Con la crisi del ’29 la lira si svalutò in maniera altissima e mio padre, che non vantava possedimenti in terreni essendo un commerciante, si ritrovò coi schei ch’el vea sott el paion (i soldi che aveva sotto il materasso) che valevano la metà se non addirittura un terzo rispetto a prima”, è il ricordo di Giovanni Sartor, figlio di Nani, a proposito della grande svalutazione di quegli anni.

Inoltre, con riferimento al fascismo: “Mio padre non aderì mai al Partito e si rifiutò sempre di sottoscrivere la tessera sebbene ciò gli avrebbe garantito una notevole esenzione dalle tasse poiché possedeva una famiglia numerosa ed era un libero professionista”. L’orgoglio, una caratteristica, un pregio ed un difetto comune a tutti i componenti della famiglia Sartor.

La sua antipatia nei confronti del fascismo, l’amore per la libertà e la fedeltà ai principi cattolici in più di una volta lo indussero a vietare al figlio Giovanni di andare a marciare tra i balilla nel sabato fascista ,tenendolo a casa a lavorare, con la conseguenza di provocare l’intervento dei carabinieri che, verso sera, conducevano il giovane in carcere a Susegana dove restava fino alla domenica sera pasteggiando a gallette e acqua.

Nonostante tutto, verso il 1940, la situazione in famiglia volgeva al meglio: la condizione economica generale era positiva (per lo standard di quegli anni) e oramai al lavoro contribuivano tutti i figli ad esclusione dell’ultimo, Luciano, che non si sarebbe mai interessato al mestiere del pescivendolo. Nel 1939 furono anche acquistate le prime due vetture: una Citroen 5CV ed una Belford usate, che vennero adibite a camion montando un cassone sul retro per il trasporto del pesce dai porti di Venezia e Caorle.

Sul finire degli anni Trenta nacque anche la storica rivalità paesana con la famiglia Busatto, che entrò nel commerciò del pesce per opera di Bepi, che dopo la crisi del ’29 abbandonò l’osteria che gestiva allettato dall’idea di più facili guadagni. Convinzione che poi, considerata la fatica, non trovò riscontro nei fatti. Da buoni nemici, poi, i Busatto, non riuscendo a spezzare l’egemonia commerciale dei Sartor nel Quartier del Piave, si concentrarono sulla zona di Cimadolmo, Sacile, San Fior e San Vendemiano. Una rivalità questa, destinata a continuare fino agli anni Ottanta.

Fin quando non si impiantarono i Busatto, i Sartor goderono di una forte egemonia nel loro settore: intorno agli anni Venti si inserirono nel mercato anche i Bosolo a Vittorio Veneto e i Bassanin a Conegliano, ma non entrarono mai in diretta competizione poiché avevano tutti diverse reti di vendita. Degli inizi del ‘900 erano invece i Battaglia e i Boscolo, entrambi originari di Mestre: vendevano il pesce al mercato all’ingrosso di Treviso a Casale sul Sile.

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