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La guerra

Arriva la guerra e i figli più vecchi Vincenzo, Giuseppe e Giuliano vengono chiamati sotto le armi e a mandare avanti la famiglia si ritrovano i genitori Giovanni e Oliva, le figlie Luigia e Maria e il figlio Giovanni di soli 11 anni.

Le due autovetture appena comprate ed adibite a camion non potevano essere usate di notte per il carico ed il trasporto del pesce nei porti della laguna perché fino all’alba c’era il pericolo di “Pippo”, come veniva chiamato l’aereo ricognitore americano che perlustrava l’Italia settentrionale in cerca di prede con il favore dell’oscurità. Giovanni, Maria e Gigetta furono costretti ad usare la bicicletta per andare a caricare il pesce nei porti di Caorle, Casale sul Sile e Busestre. Una volta tornato a casa a Santa Lucia, Giovanni andava a caricare nella fabbrica specializzata, situata sia a Conegliano che a Treviso, insieme ad una sorella, dai 60 agli 80 chili di ghiaccio che ognuno doveva poi trasportare sulla propria bicicletta.

“Verso le nove del mattino cominciava la vendita del pesce - ricorda Giovanni - Mio padre andava per Susegana e Ponte della Priula con il calesse, mia sorella Maria faceva la zona di Falzé di Piave e Sernaglia con un’ottantina di chili sulla bicicletta ed io facevo Collalto, Pieve di Soligo, le rive di Solighetto, Barbisano, Soligo, Farra di Soligo e Col San Martino con un cassone di legno carico di due quintali collocato davanti alla bicicletta, da cui non potevo permettermi di scendere per non spezzare l’equilibrio precario e rovesciare tutto. Poi, quando mia sorella aveva finito il suo giro, lasciava a me il pesce rimastole così io finivo di smerciarlo e lei poteva tornare a casa con la luce del sole, mentre io rincasavo con l’oscurità per la “strada dei Mercadei”, che si diceva infestata di briganti. Mia sorella Luigia e mia madre Oliva stavano a casa a spaccare con la mazza di legno le stanghe di ghiaccio per poter poi conservare il pesce; questo mestiere veniva fatto anche tre, quattro volte al giorno. Che brave donne”.

Durante la guerra ai Sartor fu affidato l’incarico di fornire anguille, boseghe e volpine ai tedeschi per essere essiccate e poi affumicate. Il giovane Giovanni aveva quindi l’incarico di portare la merce ordinata alle varie basi per poi andare ad incassare i soldi al comando centrale tedesco di Pieve di Soligo, situato nell’edifico che oggi ospita il bar “Leon d’Oro”, dove veniva pagato con cartamoneta fabbricata al momento.

Tra il 1942 ed il 1944 le due vetture che i Sartor custodivano in garage furono sequestrate, una dai fascisti e l’altra dai partigiani. Con l’8 settembre 1943, i militari italiani si ritrovarono con i vecchi alleati tedeschi come nemici: Vincenzo, Giuliano e Giuseppe riuscirono a fuggire e a nascondersi a Solighetto, mantenendo una famiglia che in cambio li nascondeva. Dopo il ritiro dei tedeschi nel 1945, i tre fratelli continuarono a nascondersi per paura dei partigiani: Nani si assunse tutti i rischi e le responsabilità di porre una firma di garanzia per dare la possibilità a suo figlio Giovanni, solo 16enne, di ottenere la patente e di guidare pur senza l’assicurazione.

Venne allestita una vettura artigianalmente assemblando il motore di una 3F (camion Fiat) con lo chassis, il cambio e il ponte di un’autocarretta e la cabina di un Ford 4 litri, grazie alla quale è stato possibile accelerare i tempi di trasporto del ghiaccio da Treviso e del pesce da Chioggia, Caorle, Tronchetto di Venezia, Marano, Cortellazzo e Grado. Ormai il mercato all’ingrosso di Venezia, spostato al Tronchetto, era caduto in disuso e i Sartor scelsero principalmente come punto di approvvigionamento Chioggia, che garantiva una vasta scelta di qualità e riuniva pescatori da varie zone della laguna.

Il Dopoguerra

Dopo la guerra, nella zona di Spresiano si improvvisarono pescivendoli le famiglie Sala e Meneghetti: verso il 1952 provarono ad ampliare la propria vendita anche nel territorio tra Conegliano e Santa Lucia, entrando, in tale maniera, in rivalità con i Sartor.

Dopo diversi “colpi di spadone” da parte dei Sala e Meneghetti, Giuliano e Giovanni Sartor passarono al contrattacco spingendosi a vendere nella loro zona. Una mattina, a Spresiano, nel giro di un paio d’ore, riuscirono ad esaurire le 30 casse di sarde che avevano nel proprio camion: di fronte a tale scena i Meneghetti e i Sala impallidirono e chiesero una resa supplichevole ai Sartor, rinunciando a continuare la rivalità da loro iniziata. Quel giorno ebbero modo di assistere, nel proprio paese, alla vendita di 450 chili di sarde da parte della concorrenza: uno shock che li fece rimpiangere di aver sfidato i Sartor.

Da ricordare anche la conquista dell’egemonia del mercato settimanale di Valdobbiadene nel 1947, dove per dieci volte consecutive (quindi per due mesi e mezzo) i Sartor vendettero a 10 lire al chilo qualsiasi qualità di pesce: un’offerta estremamente allettante a cui la gente non poteva resistere in tempi in cui la miseria era all’ordine del giorno.

Questi sono solo alcuni aneddoti che servono a ricordare quanto fosse spietata la concorrenza commerciale all’epoca, soprattutto in un periodo di ricostruzione quale è stato il Dopoguerra in Italia. Periodo che i Sartor hanno saputo affrontare con coraggio, impegno e scaltrezza, come la situazione sociale di allora richiedeva.

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